mercoledì 24 settembre 2014

Come minimo il reddito minimo. Da qui costruiamo alleanze di Piero Bevilacqua, Il Manifesto



La battaglia per il reddito minimo può costituire l’occasione per aggregare forze, risvegliare energie, cementare un vasto fronte di lotta attorno a un obiettivo
Come ha scritto Joseph Sti­glitz «Nei rug­genti anni Novanta, la cre­scita è aumen­tata a livelli per i quali di solito non basta una intera gene­ra­zione».
A que­sto salto avrebbe dovuto cor­ri­spon­dere un signi­fi­ca­tivo accor­cia­mento della gior­nata lavo­ra­tiva, un’ampia redi­stri­bu­zione del lavoro. Avviene il con­tra­rio. Ai primi anni del nuovo mil­len­nio ope­rai e impie­gati ame­ri­cani lavo­ra­vano in media due mesi in più all’anno dei loro cor­ri­spet­tivi europei.
Che cosa è acca­duto? Il capi­ta­li­smo ame­ri­cano non aveva più oppo­si­zione, l’antagonista sto­rico, l’Urss era crol­lato, il neo­li­be­ri­smo aveva colo­niz­zato l’intero Occi­dente, ed esso impo­neva le pro­prie stra­te­gie con una libertà forse mai pos­se­duta nella sua storia.Per giunta, la rivo­lu­zione infor­ma­tica ripro­du­ceva su scala assai più ampia il pas­sag­gio, rea­liz­za­tosi in Inghil­terra, dalla prima alla seconda rivo­lu­zione indu­striale. Allora l’uso del car­bone e dell’energia a vapore aveva libe­rato l’impresa dai vin­coli ter­ri­to­riali che per tutto il ‘700 ave­vano costretto le fab­bri­che tes­sili a sor­gere lungo i fiumi, for­nen­dole una libertà di espan­sione senza precedenti.
Negli Usa comin­cia l’era, desti­nata a esten­dersi in tutti i paesi, in cui ven­gono defi­ni­ti­va­mente abo­liti i limiti di spa­zio e tempo delle loca­liz­za­zioni indu­striali. Nasce “il capitale-mondo”, in grado di porre il sala­rio più misero del pia­neta a stan­dard di rife­ri­mento per tra­sci­nare verso il basso tutti gli altri. Si forma il più vasto “eser­cito di riserva” di forza-lavoro della sto­ria. In Europa le resi­due resi­stenze sin­da­cali impe­di­scono l’allungamento dell’orario di lavoro, ma viene bloc­cato il pro­cesso di ridu­zione ed esplode la pra­tica del lavoro pre­ca­rio. Così a una capa­cità pro­dut­tiva del capi­tale all’altezza del nuovo mil­len­nio cor­ri­sponde oggi una orga­niz­za­zione della vita e della società che indie­treg­gia verso l’800. Tutte le ana­lisi di ten­denza oggi mostrano come la cre­scita della pro­dut­ti­vità del lavoro per opera dell’ avan­za­mento tecnico-scientifico (intel­li­genza arti­fi­ciale, robo­tica, ecc) ridur­ranno sem­pre più il ruolo del lavoro vivo, non solo nelle man­sioni ripe­ti­tive, ma anche nei ser­vizi e nelle pro­fes­sioni. Il capi­tale finan­zia­rio trova sem­pre meno ragioni per inve­stire nelle atti­vità pro­dut­tive in una fase di rapida obso­le­scenza dei pro­dotti inno­va­tivi, di aspra com­pe­ti­zione inter­ca­pi­ta­li­stica, di sovra­pro­du­zione siste­mica, di sta­gna­zione ten­den­ziale. Far scar­seg­giare il lavoro è una stra­te­gia del capi­tale: inde­bo­li­sce i lavo­ra­tori e li mette in reci­proca con­cor­renza, li costringe ad accet­tare qual­siasi occu­pa­zione, emar­gina il sin­da­cato, pone sotto con­trollo la dina­mica sala­riale. Men­tre viene ristretta la capa­cità di inve­sti­mento da parte del potere pub­blico, l’impresa pri­vata appare l’unico agente che crea occu­pa­zione, assu­mendo nella società un ruolo ege­mo­nico asso­luto. La piena occu­pa­zione scom­pare dall’orizzonte del pros­simo decennio.
 
Il red­dito minimo di base è dun­que neces­sa­rio per svin­co­lare le con­di­zioni minime di esi­stenza degli esseri umani dalla vio­lenza del mer­cato e dal lavoro, in una fase in cui que­sto è sem­pre più scarso, pre­ca­rio, desti­nato a diminuire.
Esso ver­rebbe a svol­gere una fun­zione eco­no­mica anti­con­giun­tu­rale rile­vante. Accre­sce­rebbe e ren­de­rebbe sta­bile la domanda interna in una fase in cui tende a diminuire.
Darebbe a tanti cit­ta­dini una base minima per intra­pren­dere una qual­che atti­vità nella pro­du­zione di beni e nei ser­vizi. For­ni­rebbe a tanti gio­vani la pos­si­bi­lità di pro­se­guire gli studi e le ricer­che avviate, spin­ge­rebbe tante delle nostre intel­li­genze emi­grate all’estero e non sta­bi­liz­zate, a rien­trare in Italia.
Il red­dito minimo ricon­se­gne­rebbe al potere pub­blico il suo ruolo di redi­stri­bu­tore di ric­chezza e di ricom­po­si­tore di un tes­suto sociale comu­ni­ta­rio. Oggi esso viene minac­ciato non solo dalla ten­denza a tra­sfe­rire i ser­vizi pub­blici, sta­tali e locali, al capi­tale pri­vato, ma anche dalla stra­te­gia di dimi­nu­zione della spesa per libe­rare le imprese da ogni peso fiscale. La ten­denza estre­mi­stica del neo­li­be­ri­smo è la ridu­zione dello stato a mero con­trol­lore di regole e il dis­sol­vi­mento della nazione come comu­nità nell’atomismo indi­vi­dua­li­stico del mercato.
 
Ras­se­gnarsi ad accet­tare che “non ci sono i soldi” signi­fica guar­dare la realtà con gli occhi dell’avversario. I soldi per il red­dito minimo ci sono. Essi sono incor­po­rati nella ric­chezza pri­vata distri­buita in maniera disu­guale nella società ita­liana, nella ren­dita fon­dia­ria, nelle for­tune finan­zia­rie depo­si­tate nelle ban­che e nei para­disi fiscali, nell’evasione, negli sti­pendi degli alti diri­genti e nelle loro pen­sioni, nel sistema fiscale non pro­gres­sivo, nelle age­vo­la­zioni alle imprese, nelle grandi opere inu­tili, nelle ragna­tele clien­te­lari, cen­trali e regio­nali. Ci sono per gli arma­menti e per le mis­sioni mili­tari. Il pre­si­dente della Repub­blica ha detto che la «coperta è corta» per giu­sti­fi­care la spesa in arma­menti, sot­tratta ai biso­gni dei cit­ta­dini. Quella coperta dob­biamo strap­parla alla guerra e tirarla dalla nostra parte, opporre le ragioni della vita a quelle della morte.
I soldi si rica­vano anche da una gene­rale rior­ga­niz­za­zione del sistema degli ammor­tiz­za­tori sociali
La lotta per il red­dito minimo può fare uscire dalla dispe­ra­zione indi­vi­duale milioni di per­sone, attrarle in una bat­ta­glia comune, dare un senso e una dire­zione al con­flitto, gra­zie a una con­tro­parte visi­bile da bat­tere, ridando cre­dito alla poli­tica come stru­mento razio­nale e col­let­tivo di lotta alle ingiustizie.
Anche a sini­stra c’è chi teme di creare un popolo di assi­stiti
. Si può rispon­dere: sem­pre meglio per tutti una per­sona assi­stita che dispe­rata. Ma in una società com­pe­ti­tiva come l’attuale, bom­bar­data da mille sol­le­ci­ta­zioni con­su­mi­sti­che, chi si con­tenta del red­dito minimo? Ma si può fare di più. In Ita­lia abbiamo davanti un gran­dis­simo pro­getto: riem­pire di vita e di atti­vità eco­no­mi­che le aree interne della Peni­sola che si vanno spo­po­lando, i ter­ri­tori dove per secoli le popo­la­zioni hanno fon­dato la nostra civiltà. Per tale com­pito, che com­porta la cura del ter­ri­to­rio, la rivi­ta­liz­za­zione dell’agricoltura e della sil­vi­cul­tura, sono uti­liz­za­bili i fondi strut­tu­rali euro­pei, così come per il restauro delle nostre città. Quanto lavoro volon­ta­rio, ma anche ini­zia­tive di pic­cola impresa, potrebbe attrarre tale obiet­tivo tra i deten­tori di un red­dito minimo?
La lotta per il red­dito minimo può costi­tuire l’occasione per aggre­gare nuove alleanze poli­ti­che nel paese, risve­gliare ener­gie, cemen­tare un vasto fronte di lotta. Esi­stono le forze, sia nella società che in par­la­mento, spesso impe­gnate in bat­ta­glie infrut­tuose, che pos­sono unirsi attorno a un obiet­tivo così rile­vante. Si può coin­vol­gere il vasto mondo cat­to­lico in una bat­ta­glia di civiltà.
Come può la Chiesa di papa Fran­ce­sco, la mol­ti­tu­dine dei cre­denti, tol­le­rare che la per­sona umana sia posta in con­di­zioni umi­lianti den­tro società gron­danti ric­chezza, sia ridotta a mero depo­sito di ener­gia lavo­ra­tiva, a mate­ria prima scam­biata nel mer­cato come una qua­lun­que merce?
L’Italia può uscire dalla crisi, o per meglio dire dalla sua pro­gres­siva e certa rovina, solo con una radi­cale revi­sione dei trat­tati euro­pei e un nuovo ciclo di inve­sti­menti. Oppure con una pode­rosa redi­stri­bu­zione della ric­chezza interna, capace di ali­men­tare un vasto pro­getto di ricon­ver­sione eco­lo­gica. Il red­dito minimo non è la rivo­lu­zione, ma può aprire que­sta strada. Hic Rho­dus, hic salta!

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