domenica 14 settembre 2014

A proposito del debito pubblico italiano (1)



La verità sul debito pubblico italiano (e la “controrivoluzione” del 1981)

Francesco Petrini, Esseblog.it


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“Sarebbe un grave pericolo, lo confesso, se il Governo [….] avesse il potere di emettere moneta. Io, perciò, propongo di attribuire questo compito a dei commissari inamovibili dal loro incarico se non a seguito di una votazione di uno o entrambi i rami del Parlamento. […] I commissari non dovrebbero mai, sotto nessun pretesto, finanziare il Governo, né essere in alcun modo sotto il suo controllo o la sua influenza”

“La Banca di Francia è stata creata nel 1801 e nel 1974 finanziava lo Stato senza interessi. Se fosse rimasto così oggi […] il debito pubblico francese sarebbe del 16 o 17 per cento del PIL. Ma nel 1974 si è approvata una legge incredibile, che si chiama legge bancaria, che ha impedito allo Stato di finanziarsi senza interessi presso la Banca di Francia e ha obbligato (come i tedeschi secondo la moda dell’epoca) lo Stato e finanziarsi sul mercato finanziario privato”

Come ci ripetono quotidianamente i media, il debito pubblico italiano è uno dei più elevati al mondo, sia in assoluto (2068 miliardi di euro) che in rapporto al PIL (134%). Come abbiamo fatto ad accumulare una tale massa di debiti? Le spiegazioni che vanno per la maggiore puntano il dito contro un eccesso di Stato sociale, la “casta”, il malcostume di un popolo mediterraneo, micacomequellidelnord, signora mia, e, ovviamente, il ‘68. In realtà, non molti sanno che lo Stato scialacquatore da più di venti anni incassa più di quello che spende, al netto del pagamento degli interessi sull’enorme massa di debito accumulato. Per dirla in maniera più forbita, dal 1992 il bilancio dello Stato italiano consegue un avanzo primario, ininterrottamente con la sola eccezione del 2009.
Dunque il disavanzo deriva dal pagamento degli interessi. Come si vede qua e qua, la spesa per interessi in rapporto al PIL decollò negli anni Ottanta. Fino allora era rimasta a livelli contenuti, grazie soprattutto all’elevata inflazione che nel corso degli anni Settanta aveva contribuito a contenere il costo del debito. Dal 1981 in poi la spesa per interessi si impenna fino a quasi triplicare nei primi anni Novanta. Nel frattempo il debito passa da meno del 60% del PIL del 1980 al 120% dei primi anni Novanta.

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Fonte: per i dati fino al 1979: Mario Arcelli, Stefano Micossi, “La politica economica negli anni Ottanta (e nei primi anni Novanta)”, in Mario Arcelli (a cura di), Storia, economia e società in Italia 1947-1997, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 263-322, Tab. 3 La sostenibilità del debito pubblico, pp. 310-311. Dal 1984: dati Istat, Conti economici nazionali, http://seriestoriche.istat.it/.

Cosa è successo? Tante cose, tra cui anche il “Volcker shock” cioè la decisione della Banca centrale statunitense di alzare i tassi di interesse ai livelli più alti “dai tempi Gesù Cristo” (come disse il cancelliere tedesco Helmut Schmidt), ma cruciale fu uno scambio epistolare nella primavera del 1981 tra il governatore della Banca d’Italia, Carlo A. Ciampi, e il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, con cui si sanciva il cosiddetto “divorzio” tra il Tesoro e la Banca centrale. In pratica, si poneva termine all’obbligo di acquisto dei titoli pubblici da parte dell’istituto di emissione, rafforzandone l’indipendenza dalla politica. Nelle intenzioni originarie ciò avrebbe dovuto condurre ad una moderazione della spesa pubblica.
In realtà, avendo deciso di privatizzare il proprio debito, lo Stato si trovò a pagare prezzi (interessi) sempre maggiori: da un lato perché costretto a cercare acquirenti sui mercati finanziari, in competizione con altri enti di emissione; dall’altro perché una politica di alti tassi di interesse era dettata dalla difesa del tasso di cambio della lira all’interno del Sistema Monetario Europeo.
Il risultato di queste scelte fu l’esplosione del debito pubblico, la creazione di un vasto mercato finanziario prima praticamente inesistente nel nostro Paese, nonché, ma questo è un altro discorso, l’avvio della dismissione della grande industria in Italia.
 

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Fonte: per i dati fino al 1979: Mario Arcelli, Stefano Micossi, “La politica economica negli anni Ottanta (e nei primi anni Novanta)”, in Mario Arcelli (a cura di), Storia, economia e società in Italia 1947-1997, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 263-322, Tab. 3 La sostenibilità del debito pubblico, pp. 310-311. Dal 1980: dati Istat, Conti economici nazionali, http://seriestoriche.istat.it/.

Perché tali scelte in gran parte autodistruttive? In parte si è trattato di un errore di calcolo delle classi dirigenti del Belpaese, che speravano nella disciplina imposta da un cambio forte e da una banca centrale indipendente per avviare le riforme necessarie, secondo loro, al Paese. Ma, in parte ancor più grande, è stata una scelta diretta a contenere la spinta democratica generata dal protagonismo dei lavoratori durante gli anni Settanta. Proprio nel 1975 era stato celebrato il “matrimonio” poi sciolto consensualmente sei anni più tardi, con una delibera che stabiliva l’obbligo di acquisto da parte della Banca dei titoli del Tesoro rimasti invenduti alle aste pubbliche. Si trattava della formalizzazione di un’unione di fatto che nel clima politico di quegli anni appariva del tutto scontata. Fare diversamente appariva “un atto sedizioso”, come affermò nelle Considerazioni Finali (p. 563) del 1974 il governatore della Banca di allora, Guido Carli, uomo non certo sospettabile di simpatie per la sinistra:
Ci siamo posti e ci poniamo l’interrogativo se la Banca d’Italia avrebbe potuto o potrebbe rifiutare il finanziamento del disavanzo del settore pubblico astenendosi dall’esercitare la facoltà attribuita dalla legge di acquistare titoli di Stato. Il rifiuto porrebbe lo Stato nella impossibilità di pagare stipendi ai pubblici dipendenti dell’ordine militare, dell’ordine giudiziario, dell’ordine civile e pensioni alla generalità dei cittadini. Avrebbe l’apparenza di un atto di politica monetaria; nella sostanza sarebbe un atto sedizioso, al quale seguirebbe la paralisi delle istituzioni” 
Pochi anni dopo, il governatore Ciampi definiva inveceurgente” cessare “l’assunzione da parte della Banca d’Italia dei BOT non aggiudicati alle aste” (p. 867). Il “divorzio” nacque – nelle parole dello stesso Andreatta – come “rottura con il passato, quando poteva apparire ‘sedizioso’ un comportamento della Banca che rifiutasse il finanziamento del fabbisogno pubblico per non creare base monetaria in eccesso”. Inoltre, aggiungeva Andreatta nel passaggio che meglio esprime la filosofia che stava dietro quella decisione, “Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, né lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come ‘congiura aperta’ tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione di interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso […] abolire per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato”.

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