mercoledì 23 luglio 2014

Una sinistra contro il renzismo. Nessuno decisivo, tutti indispensabili di Marco Revelli, Il Manifesto


marco-revelli-432x300L’assemblea tenuta sabato scorso a Roma, dall’Altra Europa con Tsi­pras può costi­tuire un buon punto di osser­va­zione per riflet­tere sullo stato della sini­stra, oggi, in Ita­lia. Dico della sini­stra, senza agget­tivo – non della “sini­stra radi­cale” o “alter­na­tiva”, ma della sini­stra tout court -, per­ché dopo la muta­zione gene­tica in senso ren­ziano del Pd è dif­fi­cile imma­gi­nare che di lì pos­sano pro­ve­nire segnali di vita in que­sta dire­zione. O ripar­tire un discorso.
E’ dun­que dal milione cen­to­tre­mila due­cento e tre elet­tori che hanno scelto quell’unica alter­na­tiva che la scheda offriva il 25 mag­gio che biso­gna ripar­tire. Dalla loro arti­co­lata com­po­si­zione. Dall’anomalo assem­blag­gio di forme e di cul­ture poli­ti­che che li ha messi insieme. Sapendo che sono indub­bia­mente pochi – pochis­simi – in rap­porto a quella che sarebbe oggi la neces­sità di alter­na­tiva e la domanda quasi dispe­rata di rap­pre­sen­tanza (ha per­fet­ta­mente ragione Asor Rosa su que­sto). Che sono enor­me­mente sot­to­di­men­sio­nati anche rispetto alle dimen­sioni di buona parte delle for­ma­zioni poli­ti­che euro­pee a sini­stra della social­de­mo­cra­zia, com­prese quasi tutte in una fascia tra il 10 e il 20%, con la punta del 26% di Syriza in Gre­cia. E tut­ta­via che sono il pic­colo eser­cito che ha per­messo la rie­mer­sione di ciò che resta della sini­stra dopo anni di apnea (di “nau­fragi”): il pic­colo mira­colo che ha evi­tato il “para­dosso” (così l’ha defi­nito Ale­xis Tsi­pras) dell’assenza di una sini­stra ita­liana dal Par­la­mento euro­peo per la seconda volta consecutiva.
Di que­sto c’era con­sa­pe­vo­lezza, nel clima non trion­fa­li­stico, paca­ta­mente rifles­sivo, del tea­tro Vit­to­ria a Roma. Con­sa­pe­vo­lezza del carat­tere com­po­sito, in primo luogo, di quell’affermazione, frutto di molti con­tri­buti e con­fluenze: della mobi­li­ta­zione dal basso di una rete indi­pen­dente di asso­cia­zio­ni­smo e di cit­ta­di­nanza, di un voto d’opinione di set­tori disor­ga­niz­zati di società ma non per que­sto arresi soprat­tutto sul ter­reno della difesa della demo­cra­zia, del con­tri­buto dei mili­tanti di ciò che resta dei par­titi, Prc, Sel, Azione civile… Nes­suno deci­sivo in realtà, per­ché tutti indi­spen­sa­bili (l’assenza di uno solo di que­sti seg­menti avrebbe con­dan­nato la lista al naufragio).
E, d’altra parte, con­sa­pe­vo­lezza della pro­ble­ma­ti­cità del pas­sag­gio dall’esperienza della cam­pa­gna euro­pea – segnata per molti aspetti da una sorta di “stato di neces­sità”, che ne ha impo­sto una gestione un po’ anar­chica e un po’ con­trol­lata “dall’alto” dall’istituto ano­malo dei “garanti” -, a quella di una pos­si­bile pre­senza nella com­pe­ti­zione poli­tica nazionale.
Non per infi­larsi nell’imbuto stretto della discus­sione sulle regio­nali incom­benti, come i reso­conti gior­na­li­stici un po’ ridut­ti­va­mente hanno sin­te­tiz­zato, quanto per misu­rare com­piti, obiet­tivi, forme nel con­te­sto nuovo offerto dal qua­dro poli­tico ita­liano dopo il voto, lavo­rare a un pro­cesso di costru­zione di una sog­get­ti­vità poli­tica nuova. In par­ti­co­lare con­fron­tan­dosi con la sua dirom­pente discon­ti­nuità, anche rispetto al con­te­sto in cui si è svolta la cam­pa­gna elettorale.
Quel 40,8% otte­nuto da Renzi. Da Renzi, non dal Pd. Per certi versi da Renzi “con­tro” il Pd. Quel risul­tato “costi­tuente”, ha mutato sia la natura del Pd (non più par­tito in senso pro­prio, ma appen­dice del capo, uomo solo al comando). Sia la natura del nostro sistema poli­tico, non più plu­ra­li­stico ma ten­den­zial­mente e voca­zio­nal­mente mono­cra­tico. In cui le istanze di media­zione tra società e stato – la società di mezzo delle forme di rap­pre­sen­tanza poli­tica e sociale – ven­gono pie­gate alla ver­ti­ca­lità del comando dall’alto, dal ver­tice del Governo e della per­sona del suo Capo, secondo la più peri­co­losa delle forme del popu­li­smo: il popu­li­smo istituzionale.
E’ que­sto l’orizzonte entro il quale si è avviata la discus­sione il 19 luglio al Vit­to­ria: in cui la vec­chia geo­gra­fia – cen­tro­de­stra, cen­tro­si­ni­stra, alleanze, destre e sini­stre interne ai diversi par­titi – appare tra­volta e inat­tuale. E si pone, dram­ma­tico il pro­blema di come rior­ga­niz­zare una rap­pre­sen­tanza capace di resi­stere a que­sto vor­tice omo­lo­gante, subal­terno alle logi­che di comando euro­peo ma pro­prio per que­sto aggres­si­va­mente inva­dente e intol­le­rante sul piano interno.

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