domenica 13 luglio 2014

RENZI, LA CRESCITA CHE NON C'È, E IL PERICOLO REAZIONARIO di Emiliano Brancaccio

Intervista di Roberto Ciccarelli

Il pre­mier allora torna da Bru­xel­les con un suc­cesso o con un’illusione?
Nel corso di que­sti anni abbiamo regi­strato una pro­gres­siva diva­ri­ca­zione tra le nar­ra­zioni poli­ti­che e la realtà dei fatti. Lo dimo­strano gli errori siste­ma­tici com­messi dalla stessa Com­mis­sione Ue sulle pre­vi­sioni dell’andamento del Pil nell’Eurozona: nel caso dell’Italia sono stati anche supe­riori ai tre punti per­cen­tuali. La mia sen­sa­zione è che Renzi stia addi­rit­tura accen­tuando que­sto iato, anzi­ché dare un con­tri­buto per ren­dere le parole della poli­tica un po’ piu in linea con i processi reali.
La cre­scita è una spe­ranza fon­data per il 2014?
Per dare un’idea di quanto sia impro­ba­bile, basta notare che gli obiet­tivi di bilan­cio dell’esecutivo sono stati fis­sati sulla base di una già modesta cre­scita dello 0,8% nel 2014. Ebbene, que­sta pre­vi­sione è già stata smen­tita dagli ultimi dati. Nel momento in cui ci ren­de­remo conto che l’andamento effet­tivo del Pil è peg­giore del pre­vi­sto, anche quel po’ di mar­gine sul defi­cit chie­sto da Renzi verrà bruciato.
A Bru­xel­les sem­bra essere pas­sata l’idea che l’ammorbidimento del rigore fiscale avverrà man mano che la Com­mis­sione Ue riscon­trerà il grado di avan­za­mento delle «riforme». Di quali riforme si tratta e quale modello sociale ed eco­no­mico disegnano?
In realtà non è nem­meno detto che que­sta idea sia pas­sata. Al momento c’è solo una gene­rica dichia­ra­zione di aper­tura da parte della Mer­kel. Ma nero su bianco abbiamo due docu­menti della Com­mis­sione Ue e dell’Ecofin che si muo­vono in dire­zione oppo­sta rispetto a quanto auspi­cato da Renzi. Per quanto il pre­mier chieda bri­ciole, la trat­ta­tiva per otte­nerle si annuncia comun­que dif­fi­cile. In cam­bio, oltre­tutto, il governo farà riforme che rispon­dono a due tipo­lo­gie. La prima è rela­tiva all’assetto isti­tu­zio­nale: accre­sci­mento ulte­riore del potere dell’esecutivo in nome della decan­tata gover­na­bi­lità. È un pro­cesso che implica un’erosione ulte­riore dei mar­gini di eser­ci­zio della democrazia.
E la seconda riforma?
È una vec­chia cono­scenza: fles­si­bi­lità del mer­cato del lavoro. Dopo il fal­li­mento della dot­trina della “auste­rità espan­siva”, cioè della idea per cui l’austerità avrebbe garan­tito la ripresa eco­no­mica, ora si punta su altre dosi di pre­ca­riz­za­zione dei con­tratti di lavoro.
Nel “monito degli economisti” pub­bli­cato sul Finan­cial Times nel 2013, pro­mosso con Ric­cardo Real­fonzo e sottoscritto da Rodrik, Galbraith, Gallegati ed altri, annun­cia­vate che l’Europa sarebbe pas­sata dall’austerità espan­siva alla pre­ca­rietà espan­siva. Di cosa si tratta?
La pre­vi­sione è con­fer­mata. Ci dicono che la nuova onda di pre­ca­riz­za­zione del lavoro por­terà cre­scita dell’occupazione. Ma per capire dav­vero dove por­terà la riforma Poletti basta guar­dare i dati dell’Ocse e dell’Fmi: non vi è nes­suna con­ferma della tesi per cui più pre­ca­rietà deter­mina più occu­pa­zione. Se è vero che i con­tratti fles­si­bili indu­cono le imprese ad assu­mere un po’ di più nelle fasi di espan­sione eco­no­mica, è altret­tanto vero che que­sti con­tratti per­met­tono alle imprese di distrug­gere que­gli stessi posti di lavoro nella reces­sione. L’effetto netto di que­ste poli­ti­che è zero. Eppure il mini­stro Padoan, che viene dall’Ocse e cono­sce que­sti risul­tati, insi­ste con la fan­ta­sia secondo cui la pre­ca­riz­za­zione accre­sce l’occupazione. Siamo di nuovo in pre­senza di uno scarto tra nar­ra­zione e realtà.
Se la cre­scita non c’è che cosa acca­drà nei pros­simi mille giorni del governo?
Quello che si è già veri­fi­cato negli ultimi anni. Ancora una volta, rile­ve­remo una distanza tra obiet­tivi e risul­tati, sia dal punto di vista del defi­cit pub­blico che da quello della cre­scita eco­no­mica e dell’occupazione. L’auspicio di Renzi, secondo il quale si può agire nell’attuale qua­dro isti­tu­zio­nale euro­peo per uscire dalla crisi, andrà a sbat­tere con­tro il muro dei fatti.
Sem­bra ormai escluso un pro­cesso di riscrit­tura dei trat­tati euro­pei, come anche una revi­sione del ruolo della Bce. Quale sarà il futuro eco­no­mico e sociale dell’Europa meri­dio­nale nei pros­simi cin­que anni?
Dall’inizio della crisi i paesi del Sud Europa hanno perso oltre 6 milioni di posti di lavoro. In Ger­ma­nia c’è stato invece un aumento di 1,5 milioni di unità. Que­ste diva­ri­ca­zioni deli­neano un pro­cesso di «mez­zo­gior­ni­fi­ca­zione» euro­pea, che ripro­duce su scala con­ti­nen­tale il tre­mendo dua­li­smo eco­no­mico che ha con­di­zio­nato i rap­porti tra Nord e Sud Ita­lia. In que­sto sce­na­rio pre­vedo nuovi suc­cessi per i movi­menti rea­zio­nari e xeno­fobi. Temo che i risul­tati delle ele­zioni euro­pee siano solo l’inizio di un lungo ciclo poli­tico, in cui ci tro­ve­remo nella tena­glia di due tipo­lo­gie di destre: una euro­pei­sta e tec­no­cra­tica nella quale si inse­ri­sce anche l’attuale com­pa­gine che sostiene il governo ita­liano; l’altra ultra­na­zio­na­li­sta e poten­zial­mente neo-fascista, come il Fronte nazio­nale in Fran­cia. Mentre il lavoro e le sue resi­due rap­pre­sen­tanze sem­brano para­liz­zate e silenti, in modo ana­logo a quanto già acca­duto nei momenti più cupi della sto­ria europea.
Il 3 luglio parte la rac­colta firme sul refe­ren­dum con­tro il Fiscal Com­pact. Cosa ne pensa?
Sul piano tecnico-giuridico l’iniziativa si muove lungo un sen­tiero imper­vio. Sul piano poli­tico, se passa, potrebbe aiu­tare ad acce­le­rare le con­trad­di­zioni di un qua­dro euro­peo che in pro­spet­tiva resta insostenibile. Le contraddizioni, tuttavia, potranno risultare feconde solo se le singole iniziative di mobilitazione saranno inserite in progetti politici più generali. Personalmente credo che i tempi siano maturi per avviare una critica di quello che talvolta ho definito “liberoscambismo di sinistra” e per promuovere un rilancio, in chiave moderna, del tema del piano.

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