sabato 3 settembre 2011

Un manicomio criminale

di  Sergio Cararo, www.contropiano.org

I contenuti e le modalità con cui il governo sta definendo le misure economiche indicano che siamo dentro un autentico manicomio criminale.
Il manicomio è presto detto. Nel tentativo di salvaguardare gli interessi di tutto o di parte del proprio blocco sociale di riferimento, il governo in carica ha cercato una difficile mediazione tra i diktat delle istituzioni finanziarie europee e le necessità di consenso elettorale. Il risultato è stato una ridda di annunci, smentite, modifiche, esternazioni ritirate soprattutto sulla patrimoniale, sulla tassa straordinaria europea sui redditi più alti e sulle pensioni. I volti poi, quello di Bossi o quello di Sacconi, quello di Brunetta o quello di Cicchitto, sono l'adeguato marchio di fabbrica del manicomio stesso.
Da un lato, questa congrega ha alzato un polverone nel quale diventa difficile conoscere per tempo quali siano i dettagli e le indicazioni definitive. Solo una volta diradata la polvere si potrà capire come stanno effettivamente le cose. Sul piano strettamente istituzionale-liberale, si tratta di una negazione del confronto di merito parlamentare sulla più importante delle decisioni politiche che uno stato prende: la politica economica e la distribuzione della ricchezza. In pratica, il cuore della politica. Chissà se il “difensore della Costituzione” che abita al Quirinale se n'è accorto...
Dall'altra parte, questo modo di procedere facilita il compito alla speculazione finanziaria, che prospera proprio sull'incertezza e sulle contraddizioni, facendo evaporare in pochi giorni il bottino rastrellato con misure dolorose che invece faranno male per molti anni; cosa questa imposta senza pietà dai diktat della Banca Centrale Europea e ribaditi oggi sul Sole 24 Ore da Jean-Claude Trichet.
Ma questo manicomio è anche e soprattutto criminale perché sui provvedimenti che colpiscono ricchi, banche, etc. ci sono contrasti e spinte diverse che devono trovare “la quadra”, mentre sui provvedimenti contro i lavoratori e i settori popolari non ci sono contraddizioni, neanche con i partiti dell'opposizione. Blocco dei salari, tagli alla previdenza sociale e ai servizi, privatizzazioni, riduzione dei diritti acquisiti in materia sociale e sindacale, non vedono emergere alcun contrasto tra le forze di governo, inclusi i “bulli” della Lega ormai completamente a proprio agio nell'arraffa-arraffa di palazzo.
Ma se leggiamo i dieci punti del Pd, per larga parte non ci sono sostanziali differenze con le misure del governo Berlusconi. Un po' più di lotta all'evasione, un po' meno tagli agli enti locali; tutto il resto è la stessa roba con altre parole.
Questo manicomio è criminale perché colpisce direttamente, apertamente, sistematicamente e pesantemente i settori sociali già sotto la pressione della crisi, ma soprattutto già logorati da diciannove anni di manovre economiche pesanti in nome del Patto di Stabilità Europeo avviato nel 1992. E' curioso e criminale scoprire che – dopo averci spiegato per anni che in essi andavano ormai compresi gli operai e chiunque avesse un lavoro a tempo indeterminato - alla fine i “ceti medi” sono diventati quelli che guadagnano più di 90.000 euro all'anno e che quindi non dovevano essere colpiti dalla tassa straordinaria.
Ma si rendono conto che la stragrande maggioranza dei lavoratori è molto ma molto al di sotto della soglia dei 90.000 euro annui e già pagano il 73% dell'imposizione fiscale diretta? La risposta è sì, se ne rendono perfettamente conto. Ma è proprio contro di essi che governo, banche e confindustria applicano sistematicamente il loro “odio di classe” cercando di salvaguardare i loro interessi e di quelli un po' più simili. E' proprio qui l'unico “bancomat” sicuro da cui prelevare le risorse in caso di emergenza. Gli altri redditi, infatti, sono nascosti, sfuggenti, elusivi.
E' questo insomma il nodo da visualizzare. Stavolta è in gioco non un modo diverso di pagare la crisi e il debito, ma gli interessi – o se volete in qualche modo la sopravvivenza – di una larga parte della popolazione proletarizzata dalla crisi ma che non riesce ad individuare, e quindi combattere, i propri nemici. 
Non reagisce, non “odia” in termini di classe e quindi non riesce a definire con chiarezza i propri interessi e i propri alleati. Vaga alla ricerca di una via di salvezza, di un referente affidabile, in un contesto di pareti mobili e vischiose.
Per questo motivo va bene lo sciopero generale del 6 settembre come prima risposta ed è un bene che sia un fronte sindacale e sociale ampio a praticare questa mobilitazione. Ma è indubbio che qui occorre fare un salto di qualità, mentalità e organizzazione del conflitto sociale.

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