domenica 18 settembre 2011

Usa, il paese dei poveri


Con milioni di americani costretti a fare i conti con una crisi economica tutt’altro che superata e una disoccupazione dilagante, i livelli di povertà negli Stati Uniti continuano a far segnare numeri da primato. A confermarlo è stata martedì la pubblicazione di un agghiacciante rapporto dell’Ufficio del Censo USA che ha fissato alla cifra record di 46,2 milioni il numero di persone al di sotto della soglia povertà nella prima potenza economica del pianeta.
I dati resi noti dall’Ufficio delle Statistiche d’oltreoceano si riferiscono al 2010 e fotografano un quadro allarmante, con povertà in aumento, redditi in discesa e un’impennata nel numero di cittadini sprovvisti di copertura sanitaria. Nel complesso, le condizioni di vita degli americani sono peggiorate nel recente passato, nonostante la ricerca faccia riferimento ad un periodo abbondantemente successivo alla fine ufficiale della recessione negli Stati Uniti (giugno 2009).
Il tasso di povertà in America nel 2010 è salito al 15,1%, vale a dire il livello più alto dal 1993. Nel 2007 era invece del 12,5% e nel 2009 del 14,3%. Ciò si traduce in un numero di poveri pari appunto a 46,2 milioni, il numero più alto in assoluto dal 1959, quando il “Census Bureau” ha iniziato a compilare le statistiche. Questo numero corrisponde alle persone che vivono al di sotto della soglia ufficiale di povertà, fissata peraltro alla cifra irrisoria di circa 22 mila dollari l’anno per una famiglia di quattro componenti e di 11 mila dollari per i single.
Particolarmente preoccupante risulta la percentuale dei minori di 18 anni che vivono in povertà, passata dal 20,7% del 2009 al 22% del 2010 (16,4 milioni). Com’è facile immaginare, ad essere colpite in maniera più grave sono le minoranze, con gli afro-americani che soffrono del tasso di povertà più elevato (27,4% contro il 25,8% del 2009).
All’interno di questa fetta enorme della popolazione americana in affanno, l’Ufficio del Censo identifica poi gli americani che costituiscono la fascia di “estrema povertà”, coloro cioè che dispongono di redditi inferiori alla metà della soglia di povertà ufficiale (circa 11 mila dollari per un nucleo famigliare di quattro persone). I più poveri tra i poveri sono 20,5 milioni, pari al 6,5% della popolazione complessiva.
A risentire di questa situazione è anche il reddito medio annuo degli americani, sceso del 2,3% tra il 2009 e il 2010 (49.445 $). Dal 2007 il reddito medio reale è crollato del 6,4% e nel 2010 è risultato inferiore di oltre il 7 per cento rispetto a quello più alto mai registrato, nel 1999. Questo dato, tuttavia, non rende a sufficienza l’idea delle disuguaglianze nella distribuzione delle ricchezze negli USA, dove un quinto degli americani incamera oltre la metà del reddito totale del paese.
Anche in questo caso le varie minoranze hanno subito effetti diversi: i bianchi hanno visto scendere i propri redditi in media del 5,5% tra il 2009 e il 2010, gli asiatici dell’8,9%, gli ispanici del 10,1% e gli afro-americani del 14,6%. Per quei fortunati – di sesso maschile – che risultano impiegati a tempo pieno, poi, il reddito reale medio, aggiustato per l’inflazione, nel 2010 è stato praticamente identico a quello registrato nel 1973. Il numero di americani sprovvisti di un’assicurazione sanitaria, infine, è schizzato a 49,9 milioni, con una crescita di quasi un milione rispetto al 2009.
La causa principale del quadro drammatico disegnato dal Censo americano è il persistente elevatissimo tasso di disoccupazione, di fatto sfruttato dalle aziende e dallo stesso governo per spingere verso il basso le retribuzioni e cancellare le rimanenti garanzie dei lavoratori. I dati ufficiali più recenti sui senza lavoro negli Stati Uniti indicano un livello di disoccupazione attestato al 9,1%.
L’aumento vertiginoso del numero di persone al di sotto della soglia di povertà in America non è la conseguenza accidentale di dinamiche incontrollabili, bensì il risultato di politiche implementate deliberatamente dalla classe politica - repubblicana e democratica - per accrescere i profitti delle grandi compagnie private. Un processo in atto da almeno tre decenni, negli USA come altrove, che ha prodotto un gigantesco trasferimento di ricchezza a favore di una ristretta cerchia al vertice della piramide sociale, tramite ingenti tagli alle tasse per le corporation e la deregolamentazione dei settori industriale e finanziario.
I dati contenuti nel rapporto dell’Ufficio del Censo USA contrastano infatti in maniera sconcertante con quelli che indicano profitti record per le multinazionali e i giganti della finanza di Wall Street, i quali continuano a beneficiare dell’infusione di migliaia di miliardi di dollari da parte del governo e della Federal Reserve.
Di fronte alla sofferenza così evidente di ampi strati della popolazione americana, è estremamente significativo che praticamente nessun politico di spicco, a cominciare dal presidente Obama, abbia commentato il rapporto del Censo. La risposta di Washington agli spaventosi livelli di povertà negli Stati Uniti consiste anzi in nuove devastanti misure di austerity, così da tagliare ulteriormente ciò che rimane della rete assistenziale pubblica per salvare il sistema e far pagare ai redditi più bassi le conseguenze della crisi.
di Michele Paris, http://www.altrenotizie.org

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