domenica 14 giugno 2015

Il realismo politico



 tucidide
di Alfredo Morganti

Io, in politica, sono un realista. Almeno in buona percentuale. Intendo ‘realista’ come opposto a ‘velleitario’. Ritengo che abbiano effetto solo i passi che non siano più lunghi della gamba. Altresì penso che la cose si cambiano davvero se non ci si limita a petizioni di principio, a vaghe manifestazioni d’intenti, ad astratte cognizioni di diritti, all’invettiva, all’indignazione, o alla giustapposizione altrui delle proprie posizioni personali, etiche, spirituali. Ritengo che i rapporti di forza siano essenziali, e che da questi si debba sempre partire, e guai a ignorarli. Sono realista anche perché sono pronto a capire certe mosse politiche alla luce delle ragioni storiche, che fungono in qualche modo da solida giustificazione di quelle stesse mosse.
Detto ciò, però basta. Non sono disposto a morire di realismo, né a immaginare lo stato del mondo (o il ‘presunto’ stato del mondo) come assolutamente determinante per le mie decisioni. La politica è anche trasformazione, rischio, sfida, volontà, fantasia, creatività, sfacciataggine. Senza queste caratteristiche essa perde di senso, si trasforma in una piatta gestione dell’esistente, in piccolo cabotaggio, in una pratica di governo (e persino di opposizione!) talmente scialba da apparire ridicola. 
Per l’iperrealista le cose accadono solo perché accadono, i fatti avvengono quasi prodigiosamente o perché l’avversario li concede. Tutto ciò che è non-io ha la precedenza assoluta sull’io. I partiti cessano di essere agenti trasformativi per divenire cartine al tornasole, semplici accertatori di stati di fatto. I politici dismettono i panni dei combattenti, per assumere quelle dei ‘certificatori’ di realtà. Essi si limitano a dire ‘è così’, e ad aggiungere “di più non si può”. Per il futuro “vedremo”.
Gli iperrealisti sono malati di ‘concretezza’, o di quella che immaginano sia la ‘concretezza’. E tacciano gli altri di velleitarismo, a partire da quelli che vorrebbero imprimere, invece, alla realtà una torsione e trasformare i rapporti di forza con azioni mirate e un po’ di vena rivoluzionaria. Sono talmente abbarbicati alla realtà (o presunta tale) che pensano davvero morte le ideologie. Ma così facendo si gettano mani e piedi nella braccia dell’avversario (che è tutto meno che realista, anzi ritiene che la realtà sia un gioco del quale prendersi gioco). L’avversario dell’iperrealista, difatti, è sempre una specie di giocoliere, un funambolo, un paraculo, un giocatore di poker, un cantante da navi da crociera, uno che punta tutto sulla voglia del suo popolo di sfasciare le regole e sovvertire le condizioni della realtà. Tra i due, l’iperrealista alla fine è il vero conservatore
Perciò dico questo: accettare regole e condizioni dell’altro, scambiandole per unica realtà di fondo, è un modo certo per perdere. Provare a sovvertire quel che appare ovvio e consolidato nel pensiero egemone (per dire: la politica è comunicazione, il leader è tutto, le ideologie non esistono) è rischioso, certo, fa apparire velleitari, ma è l’unico modo per vincere, anche se lo spiraglio appare strettissimo, e le percentuali di riuscita basse. Ma a cosa serve la politica se invece del coraggio è alimentata solo dalla prudenza? Io dico a nulla.

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