venerdì 5 giugno 2015

Elezioni regionali, le considerazioni di Paolo Ferrero: "Consolidare l'unità a sinistra"



Alcune riflessioni sulle elezioni regionali direttamente dal profilo Facebook del segretario del Prc Paolo Ferrero. 
1) Il dato macroscopico con cui confrontarsi è quello dell’astensionismo. Vi è un calo di circa 10 punti percentuali (che sia pure in misura leggermente ridotta si riproduce anche nelle elezioni comunali). Nelle regionali va quindi a votare un cittadino su due. A me pare che il punto centrale di questo risultato sia il fatto che le politiche di austerità scelte dai governi da oramai più di un ventennio, stanno producendo una disaffezione sociale alla politica tanto da mettere in discussione la democrazia. Che questo fenomeno sia particolarmente accentuato per quanto riguarda le regioni non ritengo sia un caso. Le regioni, con ¾ del bilancio concentrato nella sanità sono il livello istituzionale la cui politica viene sostanzialmente ridotta ad applicare le politiche di austerità con effetti diretti sulla popolazione. Le politiche di austerità stanno quindi producendo un fenomeno strutturale di distruzione del patto costituzionale nel suo punto di maggior delicatezza: il rapporto tra il popolo e la politica in quanto tale. In altre parole non è sufficiente una proposta politica alternativa sulle politiche economiche che non contempli parallelamente una proposta di costruzione di un nuove percorso democratico. Non è più possibile una battaglia puramente difensiva sulla democrazia perché questa è già oggi in larga parte svuotata dalle politiche neoliberiste decise su scala europea.

2) In queste elezioni il PD vedere offuscarsi la carica propulsiva del renzismo. Al di la del risultato numerico in termini di regioni conquistate è evidente che la sconfitta in Liguria, le caratteristiche della vittoria campana, il doppiaggio subito in Veneto e le sofferenze umbre non parlano il linguaggio del trionfo. Anzi. Si tratta di un fatto molto positivo che rende il governo maggiormente vulnerabile al conflitto perché privo della retorica del consenso plebiscitario sin qui utilizzato dal premier. In altri termini il risultato del PD apre spazi politici significativi: la situazione è più aperta di prima e questo è il dato principale e positivo delle elezioni.

3) In questo quadro le forze che principalmente intercettano il disagio sociale sono la Lega Nord e il Movimento 5 Stelle. Entrambe queste forze politiche conquistano il ruolo di competitor nei confronti della politica renziana: sono gli strumenti principali utilizzati dal corpo sociale in queste elezioni per segnalare il proprio malcontento e le proprie paure e per cercare di cambiare la situazione. I profili di queste due forze politiche sono ovviamente diversi. La Lega Nord cavalca fino in fondo la guerra tra i poveri indotta dalle politiche di austerità e pone il nodo del razzismo popolare alla base del suo successo. Il M5S – che ripete il positivo risultato siciliano pur senza toccare quelle vette di consensi – mette al centro il tema del reddito minimo garantito di cui ha saputo efficacemente farsi interprete nell’ultima fase. Nelle differenze, mi pare che entrambe queste forze politiche si muovano sostanzialmente all’interno del senso comune prodotto dai media, si pongono cioè come gli autentici rappresentati degli interessi del popolo così come esso viene rappresentato dalla narrazione main stream. Parte integrante di questo senso comune è una interpretazione distorta della crisi e conseguentemente queste forze non propongono una alternativa organica alle politiche neoliberiste.

4) Per quanto riguarda il nostro risultato intanto dobbiamo salutare positivamente l’essere riusciti a costruire liste unitarie di sinistra alternative al centro sinistra in tutte le regioni. Per fare questo abbiamo pagato prezzi e attuato consapevoli forzature ma si tratta di un risultato in se positivo: con queste elezioni non incameriamo contraddizioni politiche sul nostro progetto politico. Per quanto riguarda i risultati mi pare evidente che otteniamo un risultato positivo là dove la coalizione o la lista unitaria di sinistra riescono rappresentano una proposta politica percepita come tale e risultati negativi la dove le liste o hanno una base politica molto ristretta o non riescono a comunicare il senso di un progetto politico.
Da questo punto di vista il risultato Ligure e Toscano vanno a mio parere inscritti tra i risultati positivi perché segnano uno spazio politico importante in una situazione in cui il tema del voto utile aveva un peso enorme. Questi due risultati ci parlano quindi delle potenzialità del percorso di aggregazione a sinistra che si trova oggi – come abbiamo chiaramente affermato prima delle elezioni – a metà del guado. Ritengo quindi necessario guardare al voto alle liste di sinistra fuori dal centro sinistra per la potenzialità che segnano la dove hanno auto una massa critica ed un profilo maggiormente riconoscibile. Questo non significa per nulla che anche il Liguria e in Toscana sia risolto il problema del rapporto di massa in quanto ci troviamo di fronte ad un voto largamente politico che non ha incontrato – se non in minima parte – il disagio sociale diffuso. Nel contesto della valutazione delle liste di sinistra mi pare necessario sottolineare come il risultato elettorale non premi l’internità al centro sinistra la dove SEL ha scelto questa strada.
Abbiamo invece risultati negativi – e riguardano la maggioranza delle situazioni - la dove il perimetro della coalizione o le sue caratteristiche non riescono a comunicare il senso di un progetto comprensibile ed utile. In queste situazioni veniamo percepiti come una testimonianza di una posizione politica magari rispettabile ma non come un progetto politico efficace ai fini del cambiamento sociale.

5) Queste considerazioni mi portano a dire che la linea che abbiamo deciso a partire dall’ultimo congresso del Partito della Rifondazione Comunista (la costruzione di un soggetto politico antiliberista alternativo al centro sinistra) è corretta ma che occorre fare un enorme salto di qualità per rendere questa prospettiva un credibile progetto politico che sia in grado di “parlare al paese”. Non si tratta solo di generalizzare le esperienze migliori ma di fare un salto di qualità nella definizione di un profilo che ci permetta di incarnare l’alternativa egualitaria al disastro delle politiche neoliberiste.

6) Il primo nodo da affrontare è quello di consolidare gli elementi di unità a sinistra che permettano di dar vita da un processo costituente di un nuovo soggetto politico che abbia quindi un simbolo, un profilo politico e una proposta politica chiara. Processo Costituente e non semplicemente unità o “nuovo Partito” perché qui si tratta di fare un percorso di chiarificazione politico- culturale e di attivare processi di partecipazione larghi sul piano sociale, politico e culturale , che non sarebbero in alcun modo contemplati da scorciatoie politiciste che ipotizzino un nuovo partito. Se l’analisi che ho sopra accennato sulla crisi della democrazia è corretta il percorso di costruzione della sinistra deve contenere in se un processo di partecipazione politica che rappresenti un diverso rapporto tra masse e politica. Non possiamo fare la sinistra degli uomini della provvidenza e della delega a professionisti: la sinistra oggi o è un percorso partecipato o non è. Percorso partecipato che faccia i conti con la crisi della democrazia rappresentativa significa porre il tema dell’intreccio tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, tra militanza individuale e forme di partecipazione delle soggettività collettive e cos’ via. Un percorso costituente che sia quindi l’invenzione di forme di organizzazione politica che si confrontino positivamente con la sfida alla politica rappresentata dal non voto come fenomeno di massa.

7) Il secondo nodo riguarda il tema della crisi. Non si tratta semplicemente di ripetere che siamo antiliberisti. Il punto è rovesciare il paradigma dominante che oggi determina il quadro politico nel suo insieme. Il paradigma dominante è quello della scarsità: non ci sono i soldi. Attorno a questo nodo si articola il complesso della politica italiana che si differenzia solo per le risposte che vengono date al nodo della scarsità: i soldi on ci sono perché le generazioni precedenti hanno avuto troppi diritti, perché se li diamo agli immigrati, perché se li fregano i politici. PD, Lega Nord e il M5S avanzano una proposta politica che è un mix diversificato di queste risposte ma restano pressoché completamente all’interno del paradigma della scarsità. Io penso che questo paradigma, oltre a generare strutturalmente la guerra tra i poveri in una specie di lotta per la sopravvivenza generalizzata, sia completamente falso. La crisi odierna non è data da scarsità ma da una enorme ricchezza mal distribuita: non a caso abbiamo una crisi di sovrapproduzione. Passare dal paradigma della scarsità al paradigma della ricchezza mal distribuita significa uscire dal campo della guerra tra i poveri per entrare nel campo della lotta di classe: i nemici non sono i nostri vicini o quelli che stanno sotto di noi ma quelli del piano sopra: banchieri, finanza, grandi imprese. Significa porre il tema della lotta alla speculazione, della tassazione delle ricchezze, della redistribuzione del lavoro. Il tutto non in una prospettiva di ripresa della “crescita” ma nella prospettiva della riconversione ambientale e sociale dell’economia.

8) In questo quadro decisivo è il ruolo di Rifondazione Comunista che deve essere rafforzato e qualificato. Il lavoro per la costruzione di un soggetto unitario della sinistra è infatti un punto decisivo ma non esaustivo del nostro progetto politico. Dobbiamo in primo luogo operare concretamente per la costruzione di un movimento di massa contro l’austerità – a partire da scuola, reddito minimo, lavoro – cioè per costruire la soggettività sociale che sia in grado di battersi per l’alternativa. Si tratta di alimentare il conflitto di classe e più in generale i conflitti sociali battendo la tendenza alla delega ed operando all’unificazione dei soggetti in un progetto di alternativa. Generalizzare quanto sta avvenendo nel movimento sulla scuola, che non ha delegato a nessuno e si è mosso con un grande protagonismo, è il nostro obiettivo. Questo compito di fase si accompagna alla capacità di decostruire la lettura oggi egemone della crisi per costruire un nuovo senso comune di massa che riconosca quella che viviamo come la crisi del capitalismo in quanto tale. La crisi è infatti dovuta al tentativo di riprodurre il rapporto di valore in una situazione in cui la stessa abbondanza di merci e capitali resa potenzialmente disponibile dallo sviluppo capitalistico pone le condizioni per un suo superamento. La linea politica del Partito si muove quindi a partire dalla piena consapevolezza dell’attualità e della necessità del comunismo e nello stesso tempo dalla piena consapevolezza della sua immaturità sul piano soggettivo e del senso comune di massa. Occorre cioè avere la piena consapevolezza della non coincidenza tra terreno elettorale e lavoro politico comunista, tra registrazione del consenso possibile e modifica del senso comune delle masse popolari. Per questo è necessario articolare gli ambiti e gli strumenti dell’azione politica, padroneggiando la necessità intercettare il disagio sociale così come si presenta concretamente e nel contempo di modificare il senso comune, favorendo la costruzione di una soggettività sociale alternativa e riattualizzando il progetto socialista.

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