sabato 7 aprile 2012

Per loro la crisi è "ancora" una invenzione dei giornali.

Compensi milionari per i vertici di Eni ed Enel. A Scaroni 6 milioni e a Conti 4,3 milioni

Pubblicati i bilanci dei due colossi dell'energia quotati a Piazza Affari e controllati dallo Stato. Per le prime lineee e i cda i due gruppi hanno speso rispettivamente 27,7 e 19,9 milioni di euro

Si possono già immaginare le polemiche: aziende controllate dallo stato, per quanto quotate in Borsa, i cui manager guadagnano cifre che in periodo di crisi economica possono sembrare ancora più eclatanti. Un dibattito che si trascina da quando, nel 2009, è esplosa la recessione nel mondo occidentale. Un dibattito che si ripropone ora che vengono messi a disposizione dei soci e del mercato i bilanci delle compagnie presenti a Piazza Affari. In particolare di Eni ed Enel, i due colossi italiani nel campo dell'energia.

Nella relazione ai conti del 2011, una voce dà conto di quanto guadagnano le prime linee delle società e i membri del consiglio di amministrazione. I livello più alti riguardano ovviamente i due amministratore delegati. Per Paolo Scaroni, numero uno di Eni, il totale dei compensi percepiti l'anno passato sfiora i sei milioni, mentre per Fulvio Conti, ad di Enel la retribuzione è arrivata a 4,37 milioni.

Ma andiamo con ordine e cominciamo da Eni. L'A.D.Scaroni l'anno scorso ha percepito 1,43 milioni a titolo di compensi fissi, un maxi bonus di 3,44 milioni (comprensivo di 1,33 milioni a titolo di incentivo differito attribuito nel 2008) e una tantum di 1 milione di euro deliberata dal cda nell'aprile del 2011 "in relazione al significativo apporto professionale profuso nella realizzazione degli obiettivi aziendali, da erogare in forma differita al termine del mandato 2011-2014", premio che ha integrato anche lo stipendio di Poli. In tutto Scaroni ha ricevuto, inclusi 175 mila euro di compensi in azioni al fair value, 6,06 milioni.
All'ex presidente Roberto Poli, in carica fino al 5 maggio 2011, sono andati 1,63 milioni di euro mentre il suo successore Giuseppe Recchi ne ha incassati 500 mila. Di un certo rilievo anche la busta paga dei direttori generali Claudio Descalzi (2,55 milioni), Domenico Dispenza (4,98 milioni, di cui 2,84 come buonuscita), Angelo Fanelli (1,07 milioni), beneficiari complessivamente di circa 3 milioni di euro bonus. Nel 2011 l'Eni ha speso complessivamente 27,7 milioni di euro per retribuire consiglieri e dirigenti strategici. Alla gratifica straordinaria da 1 milione "si aggiunge" il trattamento di fine mandato 2008-2011 erogato nel 2011 per garantire un trattamento previdenziale, contributivo e di trattamento di fine rapporto parificato a quello riconosciuto da Eni per il rapporto di lavoro dirigenziale (857 migliaia di euro).
Sul fronte dell'Enel, l'amministratore delegato Fulvio Conti ha percepito nel 2011 una retribuzione di 4,37 milioni di euro, grazie a un bonus di 2,93 milioni di euro, a cui si aggiungono compensi in azioni valutate al fair value pari a circa 270 mila euro. Piero Gnudi, presidente fino all'aprile del 2011 e ora ministro per il Turismo e lo Sport, ha incassato 1,06 milioni, di cui 337 mila a titolo di indennità di fine rapporto. Il successore di Gnudi, Paolo Andrea Colombo, in carica da aprile, ha percepito 923 mila euro. Complessivamente il cda è costato 7,8 milioni di euro mentre i dirigenti con responsabilità strategiche hanno incassato 19,85 milioni a cui si aggiungo compensi in azioni, valutati al fair value, pari a 1,36 milioni .

Vergogna! Nonostante la crisi, liquidazioni milionarie.


Sono i 17,4 milioni di Cesare Geronzi, presidente delle Generali fino al 6 aprile di un anno fa, a guidare la classifica dei top manager più pagati nelle grandi società di Piazza Affari. Ma la lista è per ora provvisoria, visto che sono ancora molte le aziende e le banche che devono pubblicare il bilancio o la relazione sulla remunerazione del 2011.
Eppure, i grandi numeri non mancano. A cominciare dalle liquidazioni, già protagoniste in passato per esempio con l'addio da 40 milioni complessivi di Alessandro Profumo da Unicredit.
E quest'anno, oltre all'ex numero uno del Leone (16,6 milioni la liquidazione, più 800 mila euro circa di compenso), le cosiddette «buonuscite» conquistano l'argento con l'addio di Fausto Marchionni alla carica di amministratore delegato di Fonsai: il gettone in questo caso è arrivato a 10 milioni di euro.
Al terzo posto c'è invece, almeno finora, il compenso di un manager in servizio, il presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera, con una retribuzione da 8,1 milioni, di cui 3,6 milioni di componente fissa e 4,5 milioni di variabile. I pesi dovrebbero cambiare nel 2012, quando è prevista una riduzione del 20% della parte fissa e una maggiore incidenza del variabile. Nel 2012, poi, il manager dovrebbe incassare un bonus triennale di 14,1 milioni legato al piano di incentivazione degli esercizi 2009, 2010 e 2011.
Tornando al 2011, nella classifica seguono a ruota il presidente di Ferrari (gruppo Fiat) Luca Cordero di Montezemolo (5,5 milioni) e Pier Francesco Guarguaglini, che ha lasciato il vertice di Finmeccanica nel dicembre del 2011. Al manager è stata destinata una liquidazione da 4 milioni (il compenso per il periodo non più «lavorato» dalle dimissioni alla fine del mandato, a dicembre 2012) e un milione e mezzo vincolato al patto di non concorrenza fino a fine 2012.
Sesta posizione a Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Spa e Fiat Industrial, con cinque milioni tondi. Inoltre, la «tabellina» del bilancio Fiat «destina» al manager 12 milioni di euro come costo figurativo, di competenza del 2011, di un pacchetto pluriennale di azioni gratuite. Il totale del pacchetto azionario è stato consegnato dall'azienda a Marchionne a inizio 2012, per un valore di mercato, in quei giorni, di circa 50 milioni.
In totale, i 21 top manager che finora compongono la classifica si portano a casa 86 milioni di euro, con una media di più di 4 milioni a testa. Tutti numeri lordi, certo. Ma pur sempre molto alti, a cui poi vanno aggiunti - in diversi casi - generosi piani di stock option o nuovi compensi in altre società di cui i manager sono semplici consiglieri.
E il confronto con il 2010? Nel 2011, l'anno in cui si è infiammata la crisi del debito pubblico - con gli effetti a cascata su crescita e occupazione - la reazione dei supercompensi non è stata univoca: alcuni sono diventati ancora più super, altri hanno perso qualche colpo. Naturalmente una distinzione si deve fare anche sui bilanci: da chi ha chiuso in utile a chi invece è approdato al «rosso».
In Borsa, invece, la situazione è stata più omogenea. Purtroppo. Piazza Affari ha infatti lasciato sul campo circa un quarto del proprio valore; e le grandi società che hanno archiviato l'anno con quotazioni in crescita si contano sulle dita di una mano: solo tre tra le prime 20.




 

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