venerdì 20 aprile 2012

Zitti e mosca! di Sergio Cararo, www.contropiano.org

Un governo come quello in carica teme come la peste la mobilitazione e il conflitto sociale. La conditio sine qua non per andare avanti con la sanguinosa terapia d'urto in atto, è che venga neutralizzato – meglio se preventivamente – chiunque intenda “disturbare il manovratore”.
Dalla Spagna nei giorni scorsi è suonato un serio campanello d'allarme: prestate attenzione a ciò che “twittate”! Diffondere attraverso le reti sociali, che dovremmo scendere in piazza per protestare contro l'aumento delle tariffe della metropolitana di Madrid, per esempio, potrebbe costare caro: il ministero dell'Interno spagnolo, Jorge Fernandez Diaz, ha annunciato che sarà punito con la reclusione chi utilizza Internet per convocare manifestazioni di piazza. In tal senso sta lavorando alla riforma del codice penale affinchè la pena minima per tale azione venga fissata a due anni di reclusione. Non solo. Il governo spagnolo vuole inserire la resistenza passiva tra i reati classificabili come «attentato all’autorità», in modo da poter considerare, ad esempio, un pacifico sit-in degli indignados alla stregua di un attacco violento a un membro della forza pubblica.
Da cosa nasce questa estensione illimitata dei poteri coercitivi dello Stato se non dalla preoccupazione che i settori sociali colpiti dalla crisi – ma ancor più dalle terapie anti-crisi – comincino a resistere e ad opporsi alle misure adottate dai governi dell'Unione Europea?
Attenzione. Il problema non riguarda solo i nostri fratelli e compagni spagnoli. Prevenire le proteste e ridurre quelle consentite a invisibili testimonianze, è lo stile che si va imponendo anche in Italia. Emblematico il divieto di manifestare davanti al Senato in occasione del voto sulla revisione dell'art.81 e l'introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. La manifestazione era stata autorizzata a tale distanza dall'ingresso dei senatori da renderla poco più che un'attrazione per i turisti. Dunque invisibile per i destinatari della protesta – governo e senatori - ma formalmente consentita in un luogo pneumatico e inservibile allo scopo.
Il governo Monti sa benissimo di essere minoranza nel paese. Sa benissimo anche quali ricette antipopolari sta somministrando ad un corpo sociale batostato da almeno venti anni di manovre lacrime e sangue - iniziate nel 1992, senza che, dopo i sacrifici, si sia mai vista la famosa “seconda fase”. Il governo Monti è consapevole della propria vulnerabilità nonostante le casematte che gli apparati di consenso (da La Repubblica alla Rai) continuano a costruirgli intorno. I suoi punti di forza sono la piena aderenza ai diktat della Bce e dell'Unione Europea, la complicità del Quirinale e del “Partito Unico Tripartisan” che lo sostiene in Parlamento.
Su tutto il resto, a cominciare dalla scarsissima capacità di comunicazione ed empatia con i settori popolari, il governo sa che per reggersi e reggere le conseguenze delle sue politiche antipopolari, ha necessità di esercitare la massima capacità coercitiva nei confronti della maggioranza della società.
Da un lato stanno destrutturando tutti i corpi intermedi come i partiti politici o i sindacati, riducendo la mediazione a puro atto notarile di approvazione degli atti di governo.
Dall'altro stanno ormai volando manganellate della polizia ad ogni occasione. Che si tratti di una manifestazione contro un inceneritore o di operai sotto un ministero, di lavoratori di un cantiere navale occupato o di sfrattati che cercano di trovare soluzione alla loro emergenza di vita.
Solo gli smemorati (o i complici) possono dimenticare che il 12 novembre dello scorso anno, in occasione della investitura di Monti a Presidente del Consiglio, il Financial Times scriveva testualmente: “Serve una sospensione della democrazia per 18-24 mesi per prendere decisioni difficili”.

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