domenica 18 agosto 2013

Lotta di classe e apatia nell'eurozona

Dietro la maschera dell’austerità, la destra politica e tecnocratica combatte la sua moderna lotta di classe non dichiarata e unilaterale con l'obiettivo di distruggere il modello sociale europeo, contro avversari che la crisi ha indebolito
di Antonio Lettieri
Quando nell’autunno del 2008 crollò la Lehman Brothers, minacciando il collasso dell’intero sistema finanziario americano, la crisi fu paragonata a a quella del 1929. Un paragone allarmante, poiché richiamava alla memoria gli anni della Grande Depressione con le sue ripercussioni in Europa e nel resto del mondo. Ma c’era anche una ragione di conforto. Se si conosce la malattia, la sua origine e i suoi sviluppi, si sa anche quali sono i rischi che comporta e come si può combatterla.
Ma sono passati più di cinque anni e ora sappiamo che la crisi dell’eurozona è stata combattuta con armi sbagliate, e la guerra è stata perduta. L’eurozona è in preda a una seconda recessione dopo quella iniziale del 2009, con un tasso di disoccupazione esplosivo, che ha oltrepassato il 12 per cento all’inizio del 2013, mentre in Spagna e Grecia ha superato la mostruosa soglia del 25 per cento (si veda l’articolo di Ruggero Paladini)

In questo scenario,  il caso dell’Italia, più degli altri, svela in modo trasparente l’assurdità della politica europea. A differenza di Spagna e Irlanda, infatti, l’Italia non ha dovuto fronteggiare una crisi bancaria determinata dallo scoppio della bolla immobiliare. E differentemente dal Portogallo e dalla Grecia, l’Italia alla vigilia della crisi, aveva registrato nel 2007 un disavanzo di bilancio dell’1,6%, ben al disotto del fatidico tre per cento prescritto dal trattato di Maastricht. 

Italy 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013*
Deficit/PIL -1,6 -2,7 -5,5 -4,5 -3,8 -3,0 3,2
Debito/PIL  103,3  106,1  116,4  119,3  120,8  127,0 132
PIL (variazione)  1,7  -1,2 -5,5  1,7  0,4 -2,4 -1,8
PIL (2005=100)  103,9   102,7   97,1  98,7  99,1  96,8 95.0
Disoccupazione  6,1  6,7  7,8  8,4  8,4  10,7 12.2**
Fonti: Eurostat, OCSE, BCE.
* Previsioni; **OECD forecasts May 2012
 
 
Quanto al debito,  pur storicamente elevato, era sceso al 103,2 per cento del PIL, il livello più basso degli ultimi 15 anni. Poi, quando al culmine della crisi nel 2009 il PIL subì una caduta del 5,5 %, anche il disavanzo di bilancio riprese a correre, toccando il 5,5 per cento del PIL. Ma non si trattò di una circostanza eccezionale. Rimaneva, infatti, inferiore al disavanzo medio dell’eurozona (-6,4), del Portogallo (-10,2), della Spagna (-11,2), della Grecia (-15,6) e della stessa Francia (-7,5).
L’Italia ha sempre realizzato un forte avanzo primario (la differenza fra le entrate e le uscite al netto degli interessi) in grado di garantire il pagamento degli interessi e una possibile graduale riduzione del debito. Ma se la recessione si prolunga, l’avanzo primario impone il sacrificio degli investimenti e dei consumi. Il risultato è un circolo vizioso. Nel 2010 l’Italia sembra avviarsi su un percorso di ripresa del PIL (1,9). Ma quando tutta l’eurzona entra nel cono d’ombra dell’austerità, la ripresa si spegne. Nel 2011 la crescita si blocca. Nel 2012 l’Italia è in piena recessione (-2,4). La poltica di austerità colpisce tutta l’eurozona, compresa la Germania, non ostante il suo ineguagliabile avanzo commerciale (7 per cento del PIL).
L’assurdità della politica di austerità che l’asse Berlino-Francoforte-Bruxelles impone all’eurozona acquista una piena evidenza se paragonata alla politica che Barack Obama ha adottato in America. Appena insediato alla Casa bianca ha varato nel 2009 un piano di stimolo della domanda di quasi 800 miliardi – l’ala progressista del Partito democratico e gli economisti di tendenza keynesiana giudicano il piano insufficiente rispetto ai 1.200 miliardi ritenuti necessari, ma è pur sempre una misura non confrontabile con la politica recessiva adottata nell’eurozona. La Fed, dal canto suo, avvia una politica monetaria iper-espansiva. Con la ripresa la disoccupazione comincia a scendere, passando da 10 percento nel momento più acuto della crisi al 7,6 per cento.
Il contrasto con la politica di austerità dell’eurozona non potrebbe essere più stridente. Ma qui dobbiamo porci una domanda. Se gli effetti catastrofici dell’austerità sono evidenti e denunciati dalla maggioranza degli economisti, perché la leadership europea si ostina in una politica palesemente priva di senso?. In effetti, il senso si chiarisce guardando all’altro lato della medaglia. Per l’élite politica che governa l’eurozona l’austerità non è il fine ultimo, ma lo strumento per spingere avanti le cosiddette riforme strutturali, in termini più chiari il cambiamento del modello sociale europeo.
L’austerità è solo una faccia della medaglia. Le riforme strutturali (compressione della spesa sociale, deregolazione del mercato del lavoro e progressiva privatizzazione dei servizi pubblici) sono la faccia strutturale, strategica, della medaglia. Dietro la maschera dell’austerità, la destra politica e tecnocratica combatte la sua moderna lotta di classe non dichiarata e unilaterale di fronte ad avversari che la crisi e l’austerità hanno indebolito.
In America Warren Buffet, con un tipico slancio di sincerità, riferendosi alla crescita vertiginosa della diseguaglianza sociale, aveva affermato: “Abbiamo vinto una lotta di classe senza combatterla”. In Europa si preferisce, con una diffusa ipocrisia, denunciare l’austerità, ma senza puntare al bersaglio grosso, che è la disintegrazione del modello sociale europeo, lo smantellamento del welfare state e l’annichilimento del potere contrattuale dei sindacati.
La vicenda italiana è sotto questo profilo esemplare. Vale la pena di ricordare come nell’estate del 2011 la Banca centrale europea abbia operato una sintesi inequivocabile della politica dell’eurozona. La lettera, inizialmente riservata, inviata al governo Berlusconi, firmata insieme da Jean-Claude Trichet, presidente in carica e da Mario Draghi, presidente in pectore, fissava i punti centrali della politica di riforme strutturali in tema di lavoro:
- l’ennesima riforma del sistema pensionistico destinta a elevare l’età della pensione fino alla soglia dei 70 anni;
- la liberalizzazione dei licenziamenti attraverso la modifica dello Statuto dei lavoratori;.
- la liquidazione della contrattazione nazionale – che nel sistema italiano equivale alla fissazione di un salario minimo in relazione al settore di appartenenza – mettendo al centro la contrattazione a livello aziendale, dove il numero dei lavoratori coperti da un contratto collettivo non supera il venti per cento degli occupati.

Il governo Monti, fedele esecutore delle politiche di "austerità e riforme" europee, adotta le prescrizioni che provengono da Francoforte e Bruxelles come il suo autentico programma di governo, non diversamente dai vari Rajoy, Samaras e Passoa, che, in nome e per conto di Berlino e Bruxelles, governano Spagna, Grecia e Portogallo. Il risultato non potrebbe essere peggiore, l’Italia entra nella più lunga recessione del secondo dopoguerra, mentre la disoccupazione che era il 6,1 per cento prima della crisi raddoppia, con l'attuale 12,2 per cento.
Scomparso Monti dalla scena poltica, dopo la sconfessione elettorale, con il governo Letta, sostenuto da un'alleanza innaturale, il futuro è, per un verso, nelle mani di Berlusconi che cerca nel governo uno scudo, sia pure di latta, nei confrontii delle sentenze di condanna che lo inseguono;  per l'altro verso, nel sostegno di Berlino, Francoforte e Bruxelles, che  finora non ha salvato dal disastro gli altri paesi della periferia mediterranea.
Molti coltivano la speranza che la Germania cambi politica dopo le elezioni di settembre. Ma è una speranza illusoria. E’ del tutto probabile che Angela Merkel, che gode del più alto consenso popolare tra tutti i governi occidentali, conquisti il terzo cancellierato. In ogni caso, anche se dovesse formarsi una Grande Coalizione con la SPD o con i Verdi o con entrambi, è del tutto improbabile che la Germania cambi politica. Non ostante una fase di rallentamento della crescita, la Germania dalla crisi dell’eurozona ha tratto il doppio vantaggio di tassi d’interesse estremamente bassi e di un cambio dell’euro sottovalutato rispetto al suo enorme avanzo commerciale. Berlino gode di un potere di interdizione e di orientamento al quale nessun partito intenderà non diciamo rinunciare, ma nemmeno mettere in discussione.
Diversa è  la scadenza delle elezioni per il Parlamento europeo nella primavera del 2014. Le rivolte popolari, che finora hanno occupato le piazze greche, spagnole, portoghesi, e il crescente euroscetticismo che attraversa i partiti italiani e la sinistra francese, potrebbero riversarsi nelle urne, scuotendo l’egemonia di Berlino e l’arroganza tecnocratica di Bruxelles.
Ma ogni previsione è oggi azzardata. L’unica previsione ragionevole è che, senza un radicale rovesciamento della politica di austerità e delle riforme strutturali, che ne sono il complemento strategico, l’eurozona è destinata a unapiù o meno lunga agonia. Il paradosso sta nel fatto i partiti della sinistra tradizionale vivono in uno stato di filo-europeismo metafisico che spegne sul nascere un dibattito franco e aperto sul futuro dell’Europa. Da questo punto di vista, le elezioni europee della prossima primavera potrebbero rivelarsi una buona occasione per spingere le sinistre europee a uscire dall’apatia.
(Class Struggle and Apathy in Eurozone, Insight -www.insightweb.it)   

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