martedì 13 agosto 2013

Sinistra Unita ? facciamo Presto !


SINISTRA UNITA ? FACCIAMO PRESTO !
l' Appello di Bandiera Rossa
Si raspa tra le macerie,fin troppo meccanicamente a volte – quasi non ci importasse più della cosa che andiamo cercando, quasi fossimo mossi soltanto dall’abitudine, dall’istinto.
Dalla paura di non saper fare altro.
Andando avanti così, però, non otterremo nulla, se non le parole di incoraggiamento dei pochi compagni a noi vicini, assieme ai rimproveri e le invettive di altri gruppetti identitari.
Eppure basta guardarsi attorno, leggere i titoli dei giornali per comprendere che attraversiamo un’epoca di cambiamenti spaventosi, in cui agiscono forze determinate a creare un nuovo modello di società a loro uso e consumo. Che si tratti di un mutamento in peggio è evidente; ma è l’enormità di questo mutamento, la sua tendenziale irrimediabilità che, malgrado l’abbondanza di indizi a disposizione, non riusciamo a cogliere, né pienamente a concepire. E allora capita di illudersi – capita anche a noi che, come attivisti, avremmo il dovere del realismo – che la marcia verso il nuovo modello sociale e produttivo possa naturalmente arrestarsi, che le contraddizioni interne al Capitalismo esploderanno al momento opportuno, che ci sia ancora tempo.


Può darsi che sia già troppo tardi, ma abbiamo l’obbligo – morale e sociale – di tentare.
Chi accetta la sfida?
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BANDIERA ROSSA IN MOVIMENTO
link per l'Unità della Sinistra


Unita’ Della SINISTRA?
facciamo presto!

l' APPello di Bandiera Rossa
Si raspa tra le macerie, fin troppo meccanicamente a volte – quasi non ci importasse più della cosa che andiamo cercando, quasi fossimo mossi soltanto dall’abitudine, dall’istinto. Dalla paura di non saper fare altro.
Andando avanti così, però, non otterremo nulla, se non le parole di incoraggiamento dei pochi compagni a noi vicini, assieme ai rimproveri e le invettive di altri gruppetti identitari.
Eppure basta guardarsi attorno, leggere i titoli dei giornali per comprendere che attraversiamo un’epoca di cambiamenti spaventosi, in cui agiscono forze determinate a creare un nuovo modello di società a loro uso e consumo. Che si tratti di un mutamento in peggio è evidente; ma è l’enormità di questo mutamento, la sua tendenziale irrimediabilità che, malgrado l’abbondanza di indizi a disposizione, non riusciamo a cogliere, né pienamente a concepire. E allora capita di illudersi – capita anche a noi che, come attivisti, avremmo il dovere del realismo – che la marcia verso il nuovo modello sociale e produttivo possa naturalmente arrestarsi, che le contraddizioni interne al Capitalismo esploderanno al momento opportuno, che ci sia ancora tempo. E’ quest’ultima l’illusione più perniciosa, perché induce validi compagni a progettare strategie di medio-lungo termine, mentre bisogna trovare delle risposte qui e ora.

La colpa è nostra, in effetti: siamo in ritardo. Perché non abbiamo analizzato correttamente i fenomeni verificatisi a partire dagli anni ’80 del secolo scorso; o perché, pur avendone intese le dinamiche, non siamo stati capaci di comunicare efficacemente le nostre conclusioni. Certamente non era un compito facile: l’ambiente (dai progetti politici ai media) ci era ostile, l’opinione pubblica prevenuta nei nostri confronti. Però ci sono stati troppi ondeggiamenti, troppi errori. Troppi settarismi, compagni: la Storia va fatta, non continuamente rimuginata. Con il purismo ideologico – che conduce ad identificare in compagni dalle idee simili ma dall’etichetta diversa altrettanti deviazionisti e/o traditori – è convissuta, in questi anni, una tendenza opposta: quella al compromesso con partiti e schieramenti che perseguono, e non da ieri, obiettivi contrari ai nostri. La crisi non è la causa del collaborazionismo e della doppiezza che contraddistinguono le forze della c.d. “sinistra moderata” europea: li ha solamente sottolineati, messi in evidenza. L’idea di barattare l’appoggio a governi liberisti (ufficialmente di “centrosinistra”, ma sempre e comunque liberisti) con una rappresentanza parlamentare “di controllo” è ingenua e rovinosa: ingenua, perché nell’Occidente post ‘89 lo spazio per le minoranze si è drasticamente ridotto; rovinosa, perché vincola i partiti della c.d. sinistra estrema a linee politiche inaccettabili per il loro elettorato, snaturandoli e indebolendoli. Ormai, qualche mandato parlamentare serve soltanto a rimpinguare le casse di un’organizzazione; la Politica, quella vera, si fa fuori dalle aule, o non si fa affatto.

Ribadiamolo: la crisi, accortamente pilotata dai padroni di Wall Street e dei mercati globali, non ha fatto altro che mettere sotto una lente d’ingrandimento trasformazioni già in atto da decenni; ha velocizzato il processo, tutto qui. Negli ultimi trent’anni, infatti, chi non si è lasciato imbonire dalla propaganda mediatica ha assistito, con sgomento, ad un’inversione di rotta, che ha inesorabilmente travolto le conquiste del dopoguerra europeo: quote sempre più massicce di reddito sono state trasferite dal lavoro dipendente e dai ceti subalterni al profitto e alla rendita; lo sviluppo senza precedenti di una finanza “creativa” e mortifera ha drenato capitali dai settori produttivi, generando una ricchezza virtuale (concentrata nelle mani di pochissimi) e favorendo deindustrializzazione e recessione economica; i diritti arduamente conquistati dalle classi lavoratrici sono stati pian piano azzerati in nome della compatibilità economico-finanziaria; attraverso la precarizzazione strisciante, il proletario-consumatore è stato ricacciato in una condizione di assoluta sottomissione ai voleri padronali. In questa ridefinizione dei rapporti di classe il ruolo della televisione e dei media in generale è stato decisivo: come i Borg di Star Trek, hanno ripetuto quotidianamente a masse istupidite che resistere è inutile, perché “non c’è alternativa”.

A questa malattia infettiva di tutto l’Occidente si aggiungono, per quanto riguarda l’Italia, patologie peculiari: l’ascesa dell’outsider Berlusconi, portato ad anteporre, in qualunque circostanza, l’interesse personale a quello collettivo; un ceto politico screditato e incapace di affrancarsi dal dominio dei centri di potere non democraticamente eletti; il servilismo nei confronti di potenze straniere, con la sistematica e ricorrente violazione del principio costituzionale di ripudio della guerra; illegalità, corruzione, criminalità arrembanti ed arrivate ad inquinare i gangli vitali dello Stato; un sistema dell'informazione ostaggio di ben determinati poteri oligarchici; la distruzione deliberata della scuola pubblica; l'aggressione all'ambiente, alla salute dei cittadini, al bene comune e ai beni comuni, al paesaggio e al patrimonio artistico e archeologico italiano. L’ultimissimo periodo, poi, è stato caratterizzato da forzature istituzionali senza precedenti: prima la rielezione di Giorgio Napolitano, garante delle politiche di austerità imposte all’Italia; quindi, sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica, il varo dell’inciucio PD-PdL, puntuale realizzazione di quel bipolarismo apparente, di marca statunitense, che equivale in realtà a un monopartitismo liberista. Meglio Renzi, Fassina o Epifani? Domanda sciocca: quel che conta è il copione, non le comparse sulla scena. Certamente meno peggio il M5S, che - nonostante qualche ambiguità di impostazione e l’opaca personalità del leader – prova ad opporsi, dentro e fuori il Parlamento, ai maneggi dei valvassori della finanza globale, e viene per questo bersagliato dalla stampa di regime.

Ritorniamo al punto di partenza: e la Sinistra? Definiamola, anzitutto, perché le etichettature sono spesso fuorvianti. Essere di Sinistra, oggidì, significa aver ben chiaro:

1) che il regresso sociale in corso non è un rimediabile effetto collaterale dell’evoluzione capitalista, ma risponde ad esigenze basilari del Capitale – e perciò non si arresterà;

2) che l’efficacia delle politiche di austerità non si misura col metro della crescita/diminuzione del PIL, bensì alla luce delle priorità del Capitale suddetto, che consistono nella privatizzazione integrale della società europea e nel completo asservimento della forza lavoro;

3) che, nel quadro geopolitico attuale, i poteri economici transnazionali non sono disposti a fare ai popoli alcuna concessione, né addivenire ad un compromesso paragonabile a quello della c.d. “età dell’oro”;

4) che, di conseguenza, il sistema non è riformabile con strumenti ordinari, così come non sono riformabili le istituzioni dell’Unione Europea, costruzione artificiosa voluta dalla lobby;

5) che i grandi partiti “socialisti” e “democratici” del continente sono partecipi dell’ideologia dominante, e dunque vanno considerati ostacoli da superare, non possibili alleati.

Tutto il resto – dalla diatriba sull’euro a quella sulla sovranità – è questione marginale, così come pateticamente prive di importanza appaiono, in questa temperie, le differenziazioni e gli “ismi” all’interno della grande famiglia socialcomunista.
Che fare, dunque? Anzitutto riunirsi, e riflettere insieme: non siamo noi, ma i tempi a richiederlo. L’invito-appello ad un incontro “ecumenico” – da tenersi nella capitale, in ottobre - che rivolgiamo a tutti i partiti e i movimenti anticapitalisti del Paese è finalizzato ad obiettivi concreti:

1) un confronto franco, anche a muso duro, tra forze che – al di là delle diverse impostazioni adottate – condividono la lettura della crisi trentennale;

2) la nascita di un coordinamento nazionale (e, in seguito, sovranazionale) che si occupi della situazione presente, non di vertenze risalenti a ottanta o cento anni orsono;

3) l’organizzazione unitaria di un’efficace opposizione al sistema nei luoghi di lavoro e nelle città, che si traduca non in festose scampagnate ma in permanenti mobilitazioni di massa in difesa dei diritti e per la loro estensione.

Intanto, però, facciamo il primo passo: organizziamola quest’assemblea. Non confiniamola in un pomeriggio, prendiamoci tutto il tempo necessario - anche tre giorni, se servono. Che sia un evento storico, non l’ennesimo convegno. A ciascuno dei partecipanti sarà chiesto di esplicitare la propria visione sull'Euro e sull'Europa, sulle possibili alleanze, sulla forma partito da adottare o meno, su come riconquistare la rappresentanza dei ceti popolari ed una presenza centrale nella società, su come infrangere il monopolio dell'informazione del pensiero unico liberista, sull'eventuale - non scontata - opportunità di dar vita da subito ad un soggetto anche elettorale (con un nome, un simbolo, un programma di massima condiviso, regole per le candidature, strategie di comunicazione) che aiuti a non ripetere le ultime fallimentari esperienze delle liste di sinistra “last minute”.

La Politica e la Sinistra devono tornare protagoniste – non negli asettici palazzi di un potere complice, ma nelle fabbriche, nei call center e nelle piazze, per riunire milioni di persone disperse ed impaurite in un Popolo consapevole, determinato a lottare per un minimo di giustizia, per quello che a noi piace chiamare Socialismo, o Comunismo. Perché è vero, verissimo che in quest’epoca iniqua, ostaggio di un’ideologia rapace, l’unica idea nuova è il Comunismo (o Socialismo che dir si voglia).
Può darsi che sia già troppo tardi, ma abbiamo l’obbligo – morale e sociale – di tentare.
Chi accetta la sfida?

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